Ada - casalinga e donna

scritto da MaricaR
Scritto Ieri • Pubblicato 10 ore fa • Revisionato 7 ore fa
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Questo racconto segue "Ada - casalinga e basta" - È un po' lungo perché c'è la presa di coscienza del sé da parte di Ada, e certe cose non accadono mai di fretta. C'è qualche ripetizione, ogni tanto, che richiama il primo racconto. %
- Nota dell'autore MaricaR

Testo: Ada - casalinga e donna
di MaricaR

Questo racconto segue "Ada - casalinga e basta" - È un po' lungo perché c'è la presa di coscienza del sé da parte di Ada, e certe cose non accadono mai di fretta. C'è qualche ripetizione, ogni tanto, che richiama il primo racconto. L'ho ritenuta necessaria per renderlo autonomo rispetto al primo


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Filtrando attraverso gli scuri, lasciati socchiusi la sera prima, la luce andò a posarsi sul viso di Ada, che aprì gli occhi con un certo disappunto.
Allungò prima un piede fuori dalle coperte e poi l’altro. Avrebbe voluto dormire un po’ di più ma aveva troppe cose da fare e se fosse rimasta a letto non avrebbe fatto in tempo a organizzare tutto prima della sveglia dei bambini e del marito. Guardò Tommy che se la dormiva della grossa e, invidiandolo, si avviò verso la cucina.
Una scena questa che si ripeteva ogni mattina, da ben dieci anni, anche se, da un po’ di tempo, Ada, ogni sera, quando chiudeva gli scuri, si riprometteva che presto non li avrebbe più lasciati socchiusi. Era stanca di alzarsi sempre presto, ma c’era da supporre che quella litania sarebbe durata ancora e ancora. Intanto si apprestava a iniziare la sua giornata.
Si infilò le ciabatte di panno color grigio topo, bruttissime, che – per risparmiare – aveva comprato al mercatino giù all’angolo. Le aveva scelte di quel colore per evitare che si vedessero subito le chiazze di sporco. Coprì il pigiama color ciclamino con una vestaglia di un marroncino stinto, anche questo scelto per lo stesso motivo delle ciabatte, e se ne andò in cucina. Iniziò il rito del caffè, senza il quale la giornata non avrebbe mai potuto avere un inizio positivo. Prese la Bialetti da tre tazze, la riempì ben bene perché il caffè le piaceva bello carico e la mise sul fuoco. Si sedette e, con gli occhi socchiusi, aspettò che la macchinetta finisse di gorgogliare. Se ne versò abbondantemente, lasciando il resto per il latte della colazione.
Gustato il caffè fino all’ultima goccia, finì il rituale con un’annusatina alla tazza ormai vuota. Come le piaceva quell’aroma che persisteva e che voleva catturare prima di deporre la tazzina nell’acquaio.
Non aveva più scuse: ora doveva cominciare la sua giornata di lavoro, anzi di non lavoro. Già, proprio così, perché, a sentire la stragrande maggioranza delle persone, essere casalinga significava semplicemente starsene in casa, al riparo dal freddo dell’inverno e dall’afa estiva. Anche se la pensava in modo diametralmente opposto, generalmente si lasciava scivolare addosso questo tipo di discorsi, ma quando aveva le sue giornate NO andava letteralmente in bestia e allora se la prendeva con tutti, innanzitutto con suo marito, il quale sosteneva con convinzione che lo stato di casalinga fosse un privilegio e che solo i buoni mariti permettevano alle mogli di goderne.
… e intanto LUI, mentre lei era già in piedi da più di un’ora, ancora se la dormiva beatamente. Per svegliarsi aspettava il caffè che LEI gli avrebbe portato.
Ada glielo portava, puntualmente, alle sette e venti. Cominciava però a provare un senso di fastidio per questo gesto gentile ma continuava a farlo perché, anche se si stava imbarcando in una giornata negativa, avrebbe rispettato le sue abitudini di brava moglie.
Intanto, non potendo sbraitare contro nessuno, se la prendeva con i panni che stava stirando, sbattendo il ferro con foga e spruzzando tanto vapore cocente da volerli bruciare vivi.
Da un po’ di tempo si arrabbiava troppo spesso e capiva che la cosa non faceva bene né a lei né alla famiglia. Continuava a pensare di aver fatto male a lasciare il lavoro di commessa dopo il matrimonio. Al momento della decisione non aveva considerato che quel piccolo introito le avrebbe dato la libertà di comprarsi un paio di calze senza dover rendere conto al marito e forse non avrebbe neanche comprato quelle pantofole grigie, così tristi, che riflettevano il suo stato d’animo perennemente imbronciato.
Il guaito del cane, un bastardino di nome Fuffy, la distrasse da questi pensieri e la costrinse a vestirsi perché doveva portarlo fuori. Si infilò un paio di jeans e una Tshirt, si tolse quelle pantofole che non si potevano proprio guardare sostituendole con un paio di Nike e si fece i tre piani di scale con il cane al guinzaglio e la paletta in una busta di plastica. Lo seguì mentre cercava l’albero preferito. Fuffy, per fortuna, era abbastanza veloce nel soddisfare le sue esigenze e, così, ben presto fecero il percorso inverso.
Le scale questa volta erano da salire e le tornò l’umor nero che aveva lasciato sul ferro da stiro prima di uscire. Lei era affezionata al cagnolino però si infuriava con Tommy perché quando lo aveva portato in casa aveva promesso che ne avrebbe avuto cura lui, ma le sue cure si limitavano a una carezza prima di andare al lavoro e quattro moine, in risposta a quelle del cane, la sera al rientro.
Ritornata in cucina mise di nuovo su la moka perché era quasi ora per la sveglia di Tommy e dei bambini. Tommy lavorava nello studio di un commercialista e combatteva con i numeri continuamente. Era facile intuire come, la sera, quando tornava a casa, dichiarava di essere stanco e si sdraiava sul divano aspettando la cena. Ada non ci provava proprio più a fargli presente che anche lei era stanca di tutto il carico che una casa, due bambini e un marito comportavano ma la risposta di Tommy era sempre la stessa. Era convinto che una casalinga dovesse sentire il suo ruolo come una missione e non lamentarsi continuamente dando ascolto a quelle quattro scalmanate di femministe che protestavano in piazza, perché non capivano di trovarsi in una posizione privilegiata.
Ecco, quando le diceva così lo odiava!
Questo era il momento in cui provava un istinto irrefrenabile che l’avrebbe spinta ad abbandonare tutto e tutti per correre in piazza a sostenere la causa delle migliaia di povere schiave trattate come serve senza salario ma non faceva niente di tutto ciò e sapeva che non l’avrebbe mai fatto perché, malgrado i suoi sfoghi, ci teneva ad accudire la sua famiglia, marito compreso. Continuava a trascorrere le sue giornate ciabattando per casa in quelle tremende pantofole grigie sulle quali, malgrado i suoi sforzi a non sporcarle, si vedevano delle macchie scure. Lavava, spazzava, stirava, cucinava, faceva la spesa, rigovernava, seguiva i bambini in tutte le loro attività e via di seguito, senza sosta, senza compagnia alcuna, sempre in attesa del rientro a casa dei figli e del marito e, intanto, pensava, quanto pensava! Pensava di tutto e di più e i suoi pensieri volavano lontano, si intrecciavano tra di loro in infinite divagazioni, si ingarbugliavano e le rodevano l'anima. Rimpiangeva la vita allegra di quando era una ragazza spensierata e poteva incontrarsi con le amiche chiacchierando e ridendo per ore. Ora era sola, ma proprio sola, e non avendo un interlocutore con cui parlare si era abituata a non formulare frasi complete, tanto lei si capiva senza esplicitare l’intero pensiero. Non si era accorta di questa tendenza che stava radicandosi nella sua mente sempre di più fino a pochi giorni prima quando, trovandosi a parlare con delle persone giù al mercato, si rese conto di aver contribuito alla conversazione soltanto con dei monosillabi, come se non avesse avuto niente da dire sull’argomento discusso, mentre invece dentro di lei c’era una marea di riflessioni che aspettavano solo di essere tirate fuori, le aveva pensate ma non le aveva espresse.
E nessuno l’aveva capita nel suo silenzio. 
La constatazione di questa sua nuova dimensione l’aveva gettata nello sconforto e non riusciva a capacitarsene. Si stava facendo strada una paura terribile, quella dell’isolamento mentale, oltre a quello fisico dal resto del mondo. In fondo, a ben pensarci, come si svolgeva la sua vita? Cosa faceva oltre ai suoi gioiosi doveri di casalinga? Assolutamente niente! Mai una passeggiata con il marito, mai una serata al ristorante, mai un cinema, mai una volta a ballare, cosa che da ragazza aveva fatto spessissimo. Quando si erano sposati avevano cambiato città e lei, oltre ad aver rinunciato al suo lavoro, aveva perso i contatti con gli amici di gioventù. Avevano provato a crearsi una nuova cerchia da frequentare ma l’arrivo dei bambini non aveva permesso di consolidare le nuove conoscenze e, così, erano rimasti Tommy e lei, in una città vastissima fatta di sconosciuti. Si rese conto che le sue relazioni sociali si limitavano alla signora Lella che gestiva un negozietto sotto casa nel quale comprava latte, pane e qualcosa che dimenticava di acquistare al supermercato. Giovanni, il fruttivendolo, e il macellaio del quale non sapeva neanche il nome. Scambiava qualche parola con gli insegnanti dei bambini, con il dottore quando portava i bambini a controllo. E poi? Più niente, neanche il conforto di scambiare quattro chiacchiere con i vicini di casa perché in città non era come nel suo paese di provenienza, dove tutti si conoscevano. Se avesse continuato ad andare avanti così cosa ne sarebbe stato di lei? Non voleva assolutamente finire come tante casalinghe depresse che vanno avanti con flaconi di pillole. Non voleva diventare una casalinga frustrata ma si rendeva conto di essere sulla buona strada. Un no sempre più imperioso le rimbombava nel cervello ma cosa poteva fare per sfuggire a quella morsa invisibile che la stringeva con forza? Come interrompere la devastante solitudine nella quale sprofondava ogni giorno di più? Tommy decideva tutto da solo, neanche le chiedeva un parere quando c’era da prendere una decisione importante e se lei si lamentava lui rispondeva che non voleva darle problemi. Questo la offendeva, si sentiva umiliata e triste e allora diventava cattiva. A questo punto anche Tommy si arrabbiava e purtroppo queste sfuriate cominciavano ad accadere sempre più frequentemente. Ada era consapevole che non avrebbero prodotto nulla di positivo anzi, vedeva già il dramma di una separazione, i bambini sbatacchiati tra la mamma e il papà e tutto il resto che ne sarebbe derivato.
Era giunto il momento di riflettere e ponderare sul da farsi. Fece un lungo esame di coscienza, non pensò soltanto ai lati negativi del carattere di Tommy ma cominciò da quelle che potevano essere le proprie responsabilità. Prese addirittura una matita e un foglio e fece lo schema della bilancia a due piatti, scrivendo da una parte i pregi e dall’altra i difetti sia di Tommy sia suoi. Alla fine si rese conto che la bilancia non si spostava granché né di qua né di là. A questo punto prese una grossa decisione: stabilì che bisognava cambiare e che non sarebbe stato saggio aspettare che fosse Tommy a farlo. Con il senso pratico che contraddistingue le donne, decise che avrebbe operato il cambiamento su di lei, sperando di poter modificare, indirettamente, anche alcuni atteggiamenti di Tommy. Finalmente dopo dieci anni avrebbe cambiato vita. Non avrebbe sradicato tutte le loro abitudini. Avrebbe agito sulle minuzie. Le cose meno importanti venivano sempre trascurate perché sembravano banali ma tante inezie, messe nello stesso calderone, avrebbero avuto il loro peso. Ada si ricordò che la nonna, nel suo dialetto, diceva sempre che “cento poche accirero nu ciuccio” ovvero tanti leggerissimi pesi, messi insieme, riuscirono a sfiancare un somaro.
Con questo pensiero in testa preparò il caffè per Tommy e glielo portò.
Ecco la prima inezia da eliminare.
Il suo piano stava per cominciare. Continuò come ogni mattina fino a che il marito e i bambini uscirono. Poi si vestì, uscì per la spesa ma non andò soltanto al mercato. Entrò in una profumeria, scelse un rossetto e delle creme, comprò un paio di pantaloni nuovi e una bella maglietta, prese un appuntamento dal parrucchiere e dall’estetista e … comprò un paio di pantofole di pelle color amaranto e una vestaglia intonata. Continuò la sua giornata dando priorità alle faccende più urgenti senza l’affanno di dover finire tutto prima di sera. A pranzo, invece di mangiare un panino di corsa, si sedette a tavola e si preparò una ricca insalata. Si concesse anche una lunga pausa caffè e, sdraiata in poltrona, guardò la sua soap preferita, senza perdersi una battuta. Se lo sentiva che sarebbe riuscita nel suo intento.
Voleva diventare una casalinga part-time e per l’altra parte una donna.
Trai primi obiettivi c’era trovare un lavoro, magari qualcosa che la impegnasse non più di mezza giornata. Commessa in un negozio poteva andar bene perché non richiedeva una preparazione specifica e poteva stare a contatto con tante persone, parlare e scambiare idee e opinioni. Non cercava affetti all’esterno della famiglia. Cercava solo un contatto fisico con il mondo estraneo alle sue pareti domestiche, convinta che, se avesse sottratto un po’ di tempo alla casa e alla famiglia ne avrebbe saputo apprezzare di più le gioie. In preda all’euforia prese il telefono e chiamò Giovanna, ex collega e amica d’infanzia, per comunicarle le sue intenzioni. Dall’altra parte della cornetta, però, non sentì l’entusiasmo che si aspettava. Giovanna laconicamente le disse di lasciare le cose come stavano perché le donne avevano addosso il loro destino dalla nascita e sarebbero rimaste casalinghe per sempre, ad eccezione di quelle che avevano tanti di quei soldi che le faccende le lasciavano sbrigare alla servitù. Ada posò la cornetta come se avesse ricevuto un pugno nello stomaco ma non per questo smise di fantasticare e progettare.
Arrivò la sera. Quando Tommy rientrò dal lavoro Ada gli sedette accanto, sul divano. Lui ne rimase un po’ sorpreso ma non si interrogò sulla novità. Cenarono e venne l’ora di andare a dormire. Ada si avvicinò alla finestra, come faceva ogni sera da dieci anni ma, questa volta, riuscì a chiudere completamente gli scuri e predispose la sveglia per le sette e venti. Niente di eccezionale ma aveva fatto il primo passo per una sua nuova dimensione. Non si sarebbe lasciata condizionare dal pensiero di Giovanna. La riscossa sarebbe stata lenta perché voleva che fosse indolore per la sua famiglia ma nessuno l’avrebbe distolta dal suo intento. Ora avrebbe dormito e il giorno dopo, dalla parrucchiera, avrebbe pensato a come organizzarsi meglio. Si mise a letto e spense la luce ma non riusciva a prendere sonno. Mancava qualcosa per il giusto avvio del suo progetto “Ada, casalinga e donna” ma non capiva cosa fosse, poi realizzò. Si alzò, prese le pantofole grigie e le buttò nel secchio della spazzatura. Mise le pantofole amaranto sullo scendiletto e si rimise a letto. Chiuse gli occhi e si addormentò felice. La mattina dopo fece una grossa fatica a non alzarsi prima della sveglia ma resistette pur rigirandosi nella sua parte di letto. Non si lasciò tentare dal caffè mattutino e resistette anche ai guaiti di Fuffy. Anche lui si sarebbe abituato ai nuovi orari. Per alzarsi aspettò che suonasse la sveglia. Quando Tommy si svegliò, nel trovarsela accanto, la guardò stupito a bocca aperta. Forse stava pregustando il suo caffè ma doveva aspettare quella mattina. Ada si stiracchiò, guardò Tommy e gli disse: "Caro, ci alziamo?"
"Ah" rispose Tommy e, interrogandosi sulla curiosa situazione, seguì la moglie in cucina dove fu invitato a preparare il caffè mentre Ada organizzava la colazione per tutti.  
Il primo passo di un nuovo cammino era compiuto. 

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Penso che ci sarà una terza parte per concludere il cammino di Ada

Ada - casalinga e donna testo di MaricaR
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